Ehi. Come stai?

Ehi. Come stai? E’ da una vita che non te lo chiedo. Oggi ho pensato di farlo, senza aggiungere altro: come stai?

Il resto lo tengo per me, tutte le mie considerazioni. Sorvolo, non te le dico, le metto qui. Perché altererebbero la risposta. Almeno potrebbero… Sperando sempre che una risposta arrivi. Come stai? non è una domanda semplice. A volte si preferisce ignorarla. Magari farai così anche tu, farai finta di non aver sentito, di non aver letto. Va bene lo stesso. Meglio comunque di un frettoloso – tutto ok – per togliersela subito, sta roba di torno. Quello no per favore, mi lascerebbe delusa. Quindi puoi ribattere o meno. Fai tu. Puoi raccontarmi della perfezione o del baratro. Puoi agghindare le parole o lasciarle nette coi bordi taglienti. Puoi regalarmi storie o silenzi. O puoi riservarmi anche solo un mugugno a labbra serrate, se è quello che senti. Io non potrei fare granché in quel caso, ma potrei sorriderti. Qualcosa servirebbe. Cioè, i sorrisi, loro servono sempre. 

Che poi è buffo, il pensarti sempre in pista, mai con una nota stonata, pollice alto ad oltranza. Questa dimensione parallela. Questo proiettare su un altro ciò che a volte ci risulta così difficile perseguire. Vedere solo il polo positivo, dalle rughe spianate, assenti. Com’è facile immaginare la perfezione in un essere la cui storia non ci sfiora mai la gola.

Ma oggi abbandono le illusioni. Oggi preferisco vederti per quello che sei, che è il lato migliore di te alla fine. Non aggiungo nulla, ti chiedo solo: come stai?

(dedicato all’altro, perché lo stare bene fa finalmente distogliere l’attenzione da se stessi e ci fa interessare al mondo)

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