I cavalieri che fecero l’impresa

cavavvanvera

 

Erano sette e si portavano dietro una ventina di cavalieri, bambini perlopiù, senza accenni di barba ancora sul viso.
Ognuno viaggiava con il suo bagaglio di esperienza, ognuno aveva la sua speranza, ognuno cercava di celare il proprio limite.
Si trovavano in terre straniere, lontano dalle certezze e dal suolo conosciuto.
Sotto il comando dei due condottieri, organizzavano il piccolo esercito che invece non faceva trasparire nulla di diverso dal solito, sempre il vivace e rumoroso carattere dovuto all’età.
Seguivano poi a breve distanza personaggi dai mestieri più diversi, vivandiere e mocciosi ancora più piccoli. Il solito gregge che gli eserciti trascinano con sé nella buona e cattiva sorte.
Combattere con onore era l’obiettivo rincorso, la stagione dei conflitti volgeva al termine e presto si sarebbe forse potuto far ritorno a casa.
Un ultimo sforzo era ancora richiesto, per il bene di quella comunità al di là delle montagne.
È così che iniziò, con un tempo benevolo e con uno spirito forte.
Le nuvole, ordinatamente allineate, mantenevano il sole nascosto, lasciavano respirare i cavalieri e rendevano la mente lucida, attenta alle lunghe battaglie ancora da venire.
Nessuno andò perduto e arrivò la sera.
Misurata euforia si mischiava alla stanchezza e piano piano si consolidava in ognuno la consapevolezza di un domani ancora tutto da affrontare. Le menti imbrigliavano qualsiasi avventata esaltazione, nulla era ancora deciso.
Il sole non fu più arrendevole il secondo giorno, e sul campo di battaglia non diede tregua affiancandosi alle schiere degli avversari.
Gli scontri si inasprirono, il nemico rimasto in piedi si dimostrò ancora più valoroso del giorno precedente e già dalle prime ore del pomeriggio, si delineò uno scenario di resa totale o vittoria assoluta.
Non fu facile, e gli dei, benché favorevoli, preferirono mantenersi neutrali.
Si dovette ricorrere ad ogni ultima risorsa, ad ogni ultima capacità, ad ogni ultimo riscatto per riuscire a sconfiggere tutti gli eserciti nemici e assaporare la pace.
Fu così che accolsero il tramonto: ancora in piedi, condottieri e soldati, dal primo all’ultimo, coraggiosi da essersi spinti oltre il limite, arrivati dove a tanti non era stato permesso.
E allora l’urlo represso in gola si sprigionò, come mille fiere il ruggito della vittoria riecheggiò per le valli: i cavalieri avevano compiuto l’impresa.
Le montagne si stagliavano all’orizzonte, oltre, finalmente, casa.

(dedicato a mio marito e a mio figlio per le emozioni che mi hanno regalato)

 

 

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