Le infinite forme dell’arte

Mi sono seduta alla scrivania, ho aperto il portatile, il pollice e l’indice si sono stretti all’attaccatura del naso mentre gli occhi si chiudevano un momento. Ho respirato, un lungo respiro zen, e ho alzato il mento verso l’alto. Poi, con infinita lentezza ho ripreso contatto con il mondo, indossato gli occhiali, appoggiato le dita alla tastiera. Fino a qui tutto è stato attentamente controllato, comandato. Poi, non più.

Ma dico io! Come caspita si fa ad attentare in questo modo alla vita umana?! Un momento prima uno se ne sta pigramente allungato sul divano senza una nuvola che ombreggi la giornata e poi, un momento dopo si trova ad annaspare che neanche sul Titanic!

Perché certe cose si manifestano così. Sbam! Improvvise! E raggelanti quanto il sorriso splendente – o luccicante scegliete voi – di Jack! (Ma si chiamano tutti Jack nei film???)

E hai voglia a bloccare subito il pensiero, ad obbligarti a cambiare prospettiva, a rovistare nella comprensione. Disastro sono e disastro rimangono!

Ora, si potrebbe effettivamente sostenere da che pulpito, dato che io così sono, così mi manifesto e così non mi apparecchio. Ma certe cose no. Vi prego no. Vanno oltre! Che poi magari, a pensarci con calma, anche eccellentissimi esponenti del pennello a prima vista sono potuti risultare un po’ ostici, caotici, azzardati. Ma sempre e sottolineo sempre, continuando a pensarci con calma, un che di armonia – sotto, sopra, diretta, indiretta – nella loro espressione la si è trovata. 

Ecco! Così ho fatto! C’ho (e uso il verbo c’avere) provato anche in questo caso! A guardare l’insieme, a non considerare il particolare, a modificare l’angolazione, il punto di vista, a studiare l’autore, il suo background, le sue contaminazioni. Ad ignorare i pregiudizi – i miei. Ma no. Non ce l’ho fatta. Ho perso. Ho alzato bandiera bianca. Mi sono ritirata. 

Però sono io. E’ un limite mio. Sono assolutamente io quella non ancora pronta a questo ritorno. A ributtare un occhio benevolo all’inizio millennio. A riconsiderare quel genere di vintage. Datemi un momento. Mi devo solo preparare. Con impegno e dedizione devo aprirmi di nuovo allo sfumato, all’arcobaleno di genere, effetto, colore, formato, spazio, carattere. Tutto su una sola tela. Così. Come se la sensazione di mancata rilettura per scovare l’errore percepita dal pubblico fosse un’omissione scelta. Una convinzione di riuscita dell’opera. 

Perché anche l’arte, come la storia, come la moda, come tutto, è un flusso e riflusso. Gastrico, nel mio caso!

(splendente/shining)

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