Una e due

L’ho murata due volte consecutive: una e due. 

Indossava la maglia numero 25, aveva una lunga coda nera, mi superava di 10 cm abbondanti e aveva decisamente tanti anni in meno di me. Almeno 20. Almeno. Ed era davvero brava. 

Ma l’ho murata, due volte, consecutive. Una e due.

Era anche nettamente bella. Lunghe gambe affusolate, vitino sottile, braccia tornite. L’ho guardata bene. Dopo. Dopo averla murata. Due volte consecutive: una e due. 

L’ho guardata perché era così diversa da me. Ma non dalla me attuale, si capisce e ridacchio anche un po’ al pensiero! Era così palesemente differente dalla me ventenne, se i 20 mai li raggiungeva. La divisa le aderiva al corpo lasciandole scoperte i muscoli: maglietta striminzita e pantaloncini inesistenti. Ora le fanno così. Tutto questo però non le è servito, né l’essere brava né tanto meno l’essere bella. Perché l’ho murata, due volte, consecutive. Una e due. 

L’avevo vagamente notata qualche scambio prima, schiacciava dalla seconda linea, agile ed aggraziata. Cosa insolita. Non aveva però mai indirizzato la palla nella mia trattoria di difesa perciò non le avevo dato molto peso. Le ho prestato attenzione qualche giro più tardi, lei ala in zona 4, io, alzatrice, per forza in zona 2. Per l’esattezza avremmo dovuto saltare in due a contrastarla, la sottoscritta e il centrale. Così si gioca. Il muro a due è sempre più efficace, da modo di coprire più parte del campo e avere meno spazio da difendere, per chi è in seconda linea. Ma qualcosa non ha funzionato. Il centrale si è perso. Me ne sono accorta mentre lei prendeva la rincorsa e spiccava il salto. Ero sola, io di qua e lei di là che plasticamente torceva il busto, con la spalla destra indietro, il braccio pronto a roteare e poi a distendersi per permettere alla mano di colpire la palla e al polso di chiudersi. Ammetto che per una frazione di secondo ho esitato, ma non c’era proprio tempo, bisognava agire. Io sarei saltata e che il centrale si perdesse pure. Ricordo che guardandola ho solo imposto al mio corpo di ipotizzare la traiettoria di schiacciata e di aspettare. Secondo dopo secondo. Il mantra nella testa era “ritarda, ritarda, ritarda”. Poi, d’impulso sono saltata, al di qua, mentre lei era in aria da un tempo infinito di là. Ricordo che ho guardato in alto e che ho visto esattamente la palla che sbatteva contro le mie braccia senza piegarle. Lucidissima. Poi i miei piedi erano di nuovo a terra e bisognava continuare a giocare, nessun fischio, loro avevano recuperato il mio muro. 

Mi sono rimessa in posizione e lì ho capito. E’ questione davvero di frazioni di secondo, di sensazioni e, dopo 30 anni, di esperienza. Sapevo che loro gliela avrebbero alzata di nuovo. Si fa così: schiacciata sbagliata, schiacciata riuscita. Una successiva all’altra. Perché chi sbaglia deve riprendersi subito. Soprattutto dopo un muro ad uno. Soprattutto dopo un muro ad uno subìto da un “uno” con 10 cm in meno e almeno 20 anni di più. Almeno. 

Mi è venuto da sorridere vedendole arrivare di nuovo la palla. Davvero! A lei, alla numero 25. Questa volta è partito l’orgoglio. Come il suo, anche il mio. La lucidità era un passo indietro. Non potevo perderla, non poteva vincerla, la sfida. Si fa così in campo. E’ battaglia, psicologica. E mi sono preparata, bassa di gambe, braccia piegate, a filo rete. Più parti da giù, più ti dai la spinta in su. Carica bassa, calcola il tempo, distendi le braccia, tienile rigide, mani ad invadere, attenta alla rete. Regole base del coach, quello di quando ho iniziato. Una vita fa. 

Quando lei mi ha visto saltare di nuovo, ci ha tentato: pallonetto. Me ne sono accorta all’istante. Anzi un istante prima. Sensazioni. Esperienza. E’ stata la mano destra a muoversi da sola. Istinto. Con non so quale falange l’abbia presa, la palla. E’ bastata una carezza, un impercettibile colpo verso terra, la loro “terra”. E mentre scendevo io e scendeva lei, scendeva anche la palla. Alla mia destra, alla sua sinistra. E’ stata lei questa volta a non capire. Forse perché brava, decisamente più di me. Forse perché giovane, decisamente più di me. Lei, con i suoi muscoli scolpiti, le sue gambe chilometriche, la suo coda ebano e il suo numero 25, non ha capito nulla. Mentre la palla, come a rallentatore, toccava terra. La loro “terra”. 

Ho stretto i pugni, ho trattenuto la risata e con enorme fatica mi sono girata, dandole le spalle. Solo quando sono stata sicura di aver represso il mio orgoglio mi sono concessa di esultare, in mezzo alle mie di compagne, guardando il mio campo, ignorandola.

Una volta non l’avrei fatto. Una volta avrei iniziato ad urlare fissandola e poi ancora, per accertarmi che anche lei mi guardasse. Solo dopo sarei corsa al centro, in mezzo al mio di gruppo. Ma, come lo sapevo allora, ancor più oggi so che questa cosa non si fa. Non ho più vent’anni. Decisamente. Ce li ha lei, forse, quella che ho murato non una ma due volte, consecutive. Una e due. 

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